Molte nonne si trovano intrappolate in una dinamica silenziosa e dolorosa: accudiscono i nipoti con dedizione, preparano pasti, vigilano sui compiti, organizzano le giornate, eppure percepiscono una distanza emotiva che nessuna attività pratica riesce a colmare. Non si tratta di mancanza d’amore, ma di un’incapacità comunicativa che affonda le radici in modelli educativi del passato, dove l’affetto si dimostrava attraverso i gesti concreti piuttosto che le parole o il contatto fisico.
Secondo la teoria dell’attaccamento di John Bowlby, chi è cresciuto in contesti dove l’espressione emotiva era scoraggiata tende a replicare inconsapevolmente questi schemi attraverso la trasmissione intergenerazionale degli stili affettivi. Le nonne di oggi sono spesso figlie di un’epoca in cui manifestare tenerezza era considerato un segno di debolezza, dove i bambini dovevano “farsi le ossa” e le coccole erano riservate solo ai momenti di malattia.
Il linguaggio nascosto dell’affetto pratico
La nonna che prepara la pasta fatta in casa, che rammenda il giubbotto preferito, che sistema la cameretta sta in realtà comunicando amore. Il problema sorge quando i nipoti, cresciuti in un contesto relazionale diverso, non riconoscono questi gesti come espressioni affettive. I bambini contemporanei sono abituati a verbalizzazioni esplicite dei sentimenti, abbracci frequenti, conferme emotive continue. Questa divergenza crea un cortocircuito comunicativo dove entrambe le parti si sentono incomprese.
Il pedagogista Jesper Juul ha sottolineato come l’autenticità relazionale sia più importante della perfezione nei gesti. Una nonna che finge un’effusività che non le appartiene rischia di risultare poco credibile agli occhi attenti dei bambini, creando ulteriore distanza.
Piccoli ponti verso la connessione emotiva
La buona notizia è che non serve stravolgere la propria natura per costruire intimità. Esistono strategie delicate che permettono di integrare gradualmente la dimensione affettiva senza tradire se stesse.
Trovare rituali di connessione
I rituali creano prevedibilità e sicurezza, terreno fertile per l’affetto. Una nonna poco espansiva può istituire un momento speciale settimanale: una passeggiata sempre nello stesso parco, la preparazione insieme di una ricetta tradizionale, la lettura serale di una storia. All’interno di queste cornici strutturate, l’emotività emerge più spontaneamente. Durante la passeggiata, osservando insieme un tramonto, può nascere naturalmente un “guarda che bello”, accompagnato magari da una mano sulla spalla del bambino.
Narrare storie personali
I nipoti desiderano conoscere la nonna come persona, non solo come custode. Raccontare episodi della propria infanzia, anche difficili, crea una vulnerabilità condivisa che apre canali emotivi. “Quando avevo la tua età, mi sentivo sola perché i miei genitori lavoravano sempre” può essere un modo indiretto ma potente di dire “capisco cosa provi”.

Il contatto fisico graduale
Non serve imporsi abbracci forzati. Una carezza sui capelli mentre si passa accanto, una mano appoggiata brevemente sulla schiena, sedersi vicini sul divano lasciando che sia il bambino a cercare il contatto. La ricerca neuroscientifica sul sistema ossitocina-vasopressina dimostra come anche micro-contatti ripetuti attivino circuiti neurali dell’attaccamento.
Quando i genitori possono facilitare
I figli adulti giocano un ruolo cruciale come traduttori emotivi. Possono aiutare i bambini a decodificare il linguaggio d’amore della nonna: “Vedi come la nonna ha stirato con cura la tua maglietta preferita? È il suo modo di dirti che ti vuole bene”. Questa narrazione crea una cornice interpretativa che permette ai nipoti di riconoscere l’affetto nascosto nei gesti quotidiani.
Contemporaneamente, i genitori possono suggerire alla nonna modalità concrete: “A Marco piacerebbe tanto se gli raccontassi di quando papà era piccolo” oppure “Sofia si sente speciale quando qualcuno le fa i complimenti per i suoi disegni”. Fornire indicazioni specifiche riduce l’ansia da prestazione emotiva.
Accettare i propri limiti con compassione
Non tutte le nonne diventeranno figure traboccanti di effusioni, e va bene così. L’importante è la consapevolezza e il piccolo sforzo quotidiano. La psicoterapeuta familiare Virginia Satir parlava di “congruenza” come elemento fondamentale delle relazioni sane: essere autenticamente se stessi, con i propri limiti, comunica più sicurezza ai bambini di mille manifestazioni affettive posticce.
Una nonna può semplicemente dire: “Io non sono brava con le parole dolci, ma voglio che tu sappia che sei molto importante per me”. Questa onestà disarmante spesso apre più porte di qualsiasi strategia elaborata. I bambini possiedono un radar emotivo straordinario e apprezzano la genuinità più di ogni altra cosa.
La relazione nonna-nipote si costruisce nel tempo, attraverso la costanza più che l’intensità. Anche una nonna emotivamente riservata può diventare un punto di riferimento affettivo fondamentale, a patto che ci sia presenza, ascolto e quello sforzo minimo ma continuativo di aprire piccole finestre sul proprio mondo interiore. Il legame si tesse nell’accumulo di momenti condivisi, dove l’affetto si infiltra attraverso le crepe della quotidianità, trasformando la cura pratica in nutrimento emotivo.
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