Perché i colleghi meno competenti fanno più carriera di te? Ecco cosa dice la psicologia

Succede in tutti gli uffici d’Italia, in tutte le aziende, in ogni settore. C’è sempre quel collega che non sa distinguere un foglio Excel da una tovaglia a quadretti, eppure riceve promozioni come se piovessero. Mentre tu, che hai studiato, che ti spacchi la schiena sul lavoro, che risolvi problemi che gli altri nemmeno capiscono, resti fermo al palo a guardarti le unghie.

Non è giusto. Non ha senso. E soprattutto, ti fa venire voglia di sbattere la testa contro il muro.

Ma aspetta: prima di presentare le dimissioni o di mandare quella mail passivo-aggressiva al capo che ti pentirai di aver scritto, c’è qualcosa che dovresti sapere. La psicologia ha studiato questo fenomeno per anni e ha scoperto che dietro questa ingiustizia apparente ci sono meccanismi mentali precisi, scientificamente dimostrati, che spiegano perché il mondo del lavoro sembra premiare sistematicamente le persone sbagliate.

E la cosa più interessante? Una volta che conosci queste dinamiche, puoi smettere di sentirti un fallito e iniziare a giocare la partita con le carte giuste.

L’Effetto Dunning-Kruger: Quando Essere Ignoranti È un Superpotere

Nel 1999, due psicologi della Cornell University, David Dunning e Justin Kruger, hanno fatto una scoperta che ha dell’incredibile. Hanno dimostrato scientificamente qualcosa che probabilmente avevi già intuito guardando il tuo ambiente di lavoro: le persone meno competenti sono esattamente quelle che si sentono più sicure delle proprie capacità.

Non è uno scherzo. È un fenomeno psicologico reale, studiato, pubblicato su riviste scientifiche serie. E funziona così: quando sai pochissimo di un argomento, non hai nemmeno gli strumenti mentali per capire quanto poco sai. È come se ti mancasse il metro di misura per valutare la tua stessa ignoranza.

Risultato? Quel neoassunto che è in azienda da tre settimane si propone con entusiasmo per gestire il progetto più complesso dell’anno. Quella collega che ha letto un articolo su LinkedIn si sente autorizzata a rivoluzionare l’intera strategia aziendale. E lo fanno con una sicurezza granitica, olimpica, che lascia tutti a bocca aperta.

Nel frattempo tu, che hai dieci anni di esperienza, che hai visto fallire venti progetti simili, che conosci ogni singola variabile in gioco, ti trovi a dire “beh, è complicato, dipende da molti fattori”. E sai cos’è il bello? Agli occhi degli altri sembri insicuro. Titubante. Uno che non ha le idee chiare.

La Maledetta Curva della Sicurezza

Gli studi sull’effetto Dunning-Kruger hanno identificato una curva particolare. All’inizio, quando la tua competenza è praticamente zero, la tua autostima professionale schizza alle stelle. Ti senti un genio. Poi, man mano che inizi davvero a imparare, la fiducia crolla verticalmente. Perché? Perché finalmente capisci quanto è complesso quello che stai facendo, quante cose non sai, quanti anni ci vorranno per padroneggiarle davvero.

Solo dopo anni di esperienza vera la sicurezza risale, ma questa volta è una sicurezza diversa. Fondata. Realistica. Che però si esprime con cautela, con sfumature, con “dipende dalle circostanze”.

Il problema è che nelle riunioni aziendali, nei colloqui di lavoro, nelle presentazioni al management, vince chi parla con certezza granitica. Anche se sta dicendo delle emerite sciocchezze. Perché il nostro cervello è programmato per fidarsi di chi appare sicuro, indipendentemente dalla sostanza di quello che dice.

La Triste Verità: Farsi Notare Conta Più di Lavorare Bene

Ecco un’altra pillola amara da mandare giù: nella maggior parte delle aziende, specialmente quelle medio-grandi, fare bene il proprio lavoro non basta. Nemmeno lontanamente.

Devi anche far sapere a tutti che lo stai facendo bene. Devi “venderti”. Devi creare una narrazione intorno alla tua figura professionale. E qui casca l’asino, perché molte persone davvero competenti sono troppo impegnate a lavorare per perdere tempo in autopromozione.

Pensa a quel collega che manda mail in copia a mezzo mondo ogni volta che completa un compito banale. O quello che si offre sempre volontario per i progetti più visibili, quelli dove incontrerà i dirigenti, anche se non sono necessariamente i più importanti o complessi. Questa è strategia pura. È marketing personale.

E funziona. Maledettamente bene.

Mentre tu risolvi silenziosamente problemi tecnici complessissimi che nessuno noterà mai, lui partecipa a riunioni dove stringe mani e fa bella figura. Indovina chi avrà più sponsor quando ci sarà una promozione da assegnare?

Il Networking: La Scala Mobile Invisibile

Collegato all’autopromozione c’è un altro fattore determinante: le relazioni. Alcune persone hanno un talento naturale nel costruire network professionali. Sanno sempre con chi parlare al momento giusto, come posizionarsi nelle conversazioni importanti, quali eventi frequentare.

Non è necessariamente manipolazione o falsità. È intelligenza sociale applicata alla carriera. Il punto è che questa abilità può compensare completamente la mancanza di competenze tecniche. Un collega mediocre ma ben connesso avrà sempre qualcuno che lo sponsorizza, lo difende, lo propone per nuove opportunità.

Un esperto isolato, per quanto bravo, è invisibile ai piani alti. E nel mondo aziendale, l’invisibilità è la morte professionale.

Il Cervello Umano È Fesso: Ci Fidiamo di Chi Appare Sicuro

C’è un altro pezzo del puzzle che spiega questo fenomeno frustrante: siamo biologicamente programmati per fidarci della sicurezza altrui. È un retaggio evolutivo. Per millenni, seguire chi appariva certo e determinato aumentava le probabilità di sopravvivenza del gruppo. Non c’era tempo per analisi approfondite: bisognava decidere in fretta, e chi mostrava certezza sembrava sapere il fatto suo.

Nel mondo moderno, questo istinto ci frega sistematicamente. Valutiamo la competenza non attraverso dimostrazioni concrete, ma attraverso segnali superficiali: tono di voce fermo, postura eretta, assenza di esitazioni, capacità di rispondere velocemente senza tentennamenti.

Un collega che dice “So esattamente come risolvere questo problema, fidatevi” viene automaticamente percepito come più competente di uno che dice “È una situazione complessa, dobbiamo analizzare varie opzioni”. Anche se il primo non ha la minima idea di cosa sta parlando e il secondo è un esperto del settore.

Questa dinamica è ancora più potente nelle prime interazioni. Nei colloqui di lavoro, nelle prime settimane in azienda, durante le prime presentazioni a nuovi stakeholder, chi fa una bella figura grazie alla sicurezza apparente crea un’impressione positiva che diventa quasi impossibile da scalfire.

Quando la Prima Impressione Diventa Verità Assoluta

La psicologia ha identificato un meccanismo chiamato effetto alone: quando una persona ci fa una buona impressione iniziale per un aspetto specifico, ad esempio è carismatica o sicura di sé, tendiamo automaticamente ad attribuirle altre qualità positive, anche senza prove.

Chi avanza davvero in azienda?
Chi sa vendersi
Chi ha competenze
Chi ha relazioni
Chi finge sicurezza

Quindi quel collega che ha fatto un’ottima prima impressione grazie alla sua parlantina viene percepito come competente in tutto. È bravo a presentare? Allora sarà bravo anche a gestire progetti, a prendere decisioni strategiche, a risolvere problemi complessi. Anche se in realtà non c’è alcuna connessione logica.

E la cosa peggiore? Una volta formata questa percezione positiva, il nostro cervello la difende attivamente. Quando quella persona commette errori, li minimizziamo o li attribuiamo a fattori esterni. Quando ottiene successi, li amplifichiamo, anche se magari il merito era di altri. È un circolo vizioso che rafforza costantemente l’immagine iniziale.

La Sindrome dell’Impostore: Quando Essere Bravi Ti Fa Sentire Una Frode

E mentre parliamo di incompetenti sicuri di sé che conquistano il mondo, vale la pena guardare l’altra faccia della medaglia. Molte persone davvero competenti, con titoli di studio solidi, esperienze concrete e risultati dimostrabili, soffrono di quella che viene chiamata sindrome dell’impostore.

Si sentono come dei fraudolenti. Temono costantemente di essere “scoperti” come inadeguati. Attribuiscono i loro successi alla fortuna o al caso, mai alle proprie capacità. E questa insicurezza, paradossalmente, colpisce proprio chi avrebbe tutti i motivi per sentirsi sicuro.

Perché succede? Perché la vera competenza porta con sé la consapevolezza della complessità. Quando sai davvero tanto su un argomento, sai anche quanto ancora c’è da imparare. Vedi tutte le sfumature, le eccezioni, i casi particolari. E questo alimenta l’insicurezza.

Il risultato è un paradosso perfetto: i meno qualificati si sentono invincibili, i più qualificati si sentono inadeguati. E nelle dinamiche di potere delle organizzazioni, vince chi proietta sicurezza, non chi ha sostanza.

Le Abilità Sociali Battono le Competenze Tecniche: È Giusto?

Qui dobbiamo affrontare una verità scomoda. In molti ruoli professionali, le abilità sociali contano davvero quanto, se non più, delle competenze tecniche. E questo non è necessariamente un male, dipende dal contesto.

Un manager, per esempio, non deve essere il miglior tecnico del team. Deve saper coordinare persone, motivare, comunicare con altri reparti, gestire conflitti, prendere decisioni in situazioni di incertezza. Se è carismatico e crea consenso, può effettivamente ottenere risultati migliori di un genio tecnico privo di abilità relazionali.

Il problema sorge quando questa logica viene applicata ciecamente a tutti i ruoli. Quando anche per posizioni che richiedono competenza tecnica specifica si privilegiano persone che “sanno vendersi” a scapito di chi “sa fare”. In settori scientifici, tecnici o creativi dove l’expertise è fondamentale, questa dinamica può portare a disastri.

E purtroppo è esattamente quello che succede in molte organizzazioni italiane, dove la forma conta spesso più della sostanza, dove avere “le spalle coperte” vale più che produrre risultati concreti.

Cosa Puoi Fare: Strategie Per Non Impazzire

Capire questi meccanismi non significa necessariamente doverli emulare trasformandoti in un venditore di fumo. Ma significa sviluppare consapevolezza su come funzionano davvero le organizzazioni, al di là delle belle parole sulla meritocrazia.

Ecco alcune strategie concrete che la psicologia suggerisce per navigare meglio queste dinamiche:

  • Rendi visibile il tuo lavoro senza diventare insopportabile: documenta i risultati, condividili nei momenti appropriati, assicurati che chi prende decisioni sappia cosa fai. Non serve mandare mail spam, basta comunicazione strategica e mirata.
  • Costruisci relazioni autentiche, non network finto: le connessioni professionali più solide nascono da interessi comuni e supporto reciproco genuino, non da calcoli opportunistici. Ma vanno coltivate attivamente.
  • Cerca feedback realistici sulle tue competenze: sia sui punti di forza che sulle aree di miglioramento. Questo ti aiuta a posizionarti oggettivamente e a evitare sia l’eccesso di sicurezza che la sindrome dell’impostore.
  • Sviluppa intelligenza emotiva: capire le dinamiche relazionali, saper leggere le situazioni sociali, gestire conversazioni difficili sono competenze che si possono imparare e che complementano l’expertise tecnica.
  • Comunica con maggiore assertività: non devi diventare presuntuoso, ma puoi imparare a presentare le tue competenze con sicurezza, evitando l’eccesso di autocritica che fa apparire gli esperti come insicuri.

La Meritocrazia È un Mito (Ma Non Disperare)

Forse la lezione più importante da portare a casa è questa: la meritocrazia pura, quella dove vince sempre il più bravo, è in larga parte una favola. Le organizzazioni sono sistemi sociali complessi dove competenza, percezione, relazioni, fortuna e timing si intrecciano in modi imprevedibili.

Questo non significa che la competenza non conti. Conta eccome, specialmente nel lungo periodo quando i risultati concreti diventano impossibili da ignorare. Ma significa che concentrarsi esclusivamente sulle competenze tecniche, ignorando completamente gli aspetti relazionali e comunicativi, è una strategia perdente.

Quel collega apparentemente incompetente che continua a salire potrebbe averti insegnato qualcosa sulle regole non scritte del gioco professionale. Regole che nessuno ti spiega all’università, ma che fanno la differenza tra chi avanza e chi resta fermo.

La prossima volta che lo vedi ricevere l’ennesimo riconoscimento immeritato, prova a guardarlo con occhi diversi. Non è solo faccia tosta o fortuna. È il risultato di dinamiche psicologiche profonde che influenzano tutti noi, anche quando pensiamo di essere immuni.

E forse, con la giusta dose di consapevolezza e strategia, anche tu puoi smettere di essere l’esperto invisibile e iniziare a ottenere il riconoscimento che meriti. Senza vendere l’anima, ma semplicemente giocando la partita con tutte le carte in mano.

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